Il diritto di accesso agli atti è diffusamente noto come la facoltà del cittadino-utente di visionare o estrarre copia di atti, a lui necessari per una specifica esigenza, ed in possesso della Pubblica Amministrazione.

In virtù della legge n. 241/1990 tale diritto poteva essere esercitato solamente dal soggetto titolare di un interesse diretto, concreto e attuale, riconducibile all’atto richiesto, ovvero strumentale ad un procedimento amministrativo di cui l’istante fosse parte.

Invece, con il Decreto legislativo 25 maggio 2016, n. 97, attuativo della “Legge Madia” n. 124/2015, l’accesso civico “generalizzato” diviene azionabile ogniqualvolta “chiunque”, non solo voglia ottenere la pubblicazione di un dato o un documento non pubblicato, ma desideri anche prendere visione ed ottenere copie di documenti non sottoposti ad obblighi di pubblicazione.

Cosi, l’accesso civico generalizzato ha segnato “il passaggio dal bisogno di conoscere al diritto di conoscere”. Per la prima volta si riconosce la trasparenza come “libertà di informazione” del cittadino, come diritto di tutti (slegato dalla individuale titolarità di una situazione soggettiva qualificata) ad accedere alla conoscenza di ogni documento e informazione inerente l’organizzazione e l’attività delle pubbliche amministrazioni, creando un profondo legame tra trasparenza, partecipazione procedimentale e partecipazione popolare, come funzione di controllo sociale.

Pertanto, perseguendo lo scopo di riconoscere e favorire la libertà di informazione attraverso il diritto di accesso, la nuova versione dell’art. 5, co. 2 del D. Lgs. n. 33/2013 stabilisce che “chiunque ha diritto di accedere ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, ulteriori rispetto a quelli oggetto di pubblicazione ai sensi del presente decreto, nel rispetto dei limiti relativi alla tutela di interessi giuridicamente rilevanti…”.

Dunque un diritto di accesso non più sottoposto ad una limitazione inerente la motivazione, né la legittimazione soggettiva del richiedente.

Così, l’area del conoscibile non termina più laddove finiscono gli obblighi di pubblicazione, grazie ad un’estensione tendenzialmente illimitata del nuovo accesso civico “generalizzato” quale principio generale, riconoscimento della libertà del singolo di attingere alle informazioni amministrative, finalizzata a favorire forme diffuse di controllo e a promuovere la partecipazione di chiunque al dibattito pubblico, fatte salve le specifiche limitazione di legge previste dell’art. 5 del D. Lgs. n. 33/2013.

Tale libertà è ormai tutelata alle stregua di un diritto fondamentale, come desumibile dalla Sentenza n. 137 /2015 del Consiglio di Stato, Sez. V, che chiarisce come il diritto di accesso sia “collegato ad una riforma di fondo dell’Amministrazione, ispirata ai principi di democrazia partecipativa, della pubblicità e trasparenza dell’azione amministrativa, desumibili dall’art. 97 Cost., che s’inserisce a livello comunitario nel più generale diritto all’informazione dei cittadini rispetto all’organizzazione e all’attività amministrativa, quale strumento di prevenzione e contrasto sociale ad abusi e illegalità”.

Dunque, in un sistema in cui il modello FOIA sia ben funzionante, la trasparenza tende ad affermarsi come regola generale e spontanea, rispondente anche all’interesse delle stesse amministrazioni che, rendendo disponibili online le informazioni, prevengono “richieste seriali di accesso”.

Però, l’introduzione ed il funzionamento di tale forma di accesso civico generalizzato necessità che le amministrazioni si attrezzino. Non sarà, infatti, semplice al nuovo accesso civico generalizzato traghettare in “modo anglosassone” i nostri uffici pubblici, abituati dalla storia ad “un’italianissima cultura dell’adempimento”, che spesso vince sulla sostanza.

Ad oggi, infatti, si osserva come la ratio del D. Lgs. 97/2016 venga tanto ribadita nelle parole, quanto trascurata nelle norme attuative, in un’evidente dissociazione tra il principio di fondo e le norme prescrittive ad esso collegate.

Di certo c’è che ogni realtà pubblica ormai ha sul proprio sito istituzionale la sezione apposita denominata “Amministrazione trasparente”, ma dietro quest’etichetta ipertestuale si schiude un mondo ancora troppo differenziato e incompleto.

La strada verso i primi risultati concreti è ancora lunga, anche perché, una volta fissate le regole, bisognerà concretamente consolidare una “cultura della trasparenza”.

Ma in una logica di razionalizzazione ed efficienza della Pubblica Amministrazione, l’obbiettivo deve essere quello di superare le rigidità della prassi, evitare di contemplare ulteriormente le incrostazioni che si sono formate nel tempo, per “offrire” un’amministrazione trasparente e per attuare un efficace bilanciamento tra interessi, senza sottovalutare la tutela dell’individuo.