Il Giudice Monocratico del Tribunale di Termini Imerese, nell’ambito di un procedimento in cui chi scrive assisteva un imputato  per il delitto di furto aggravato, con sentenza n. 923/17,  ha sancito il principio che “sebbene l’imputato abbia riferito di essere inserito in un programma di recupero per soggetti affetti da ludopatia, inquadrabile tra le cosiddette dipendenze comportamentali, non è idonea di per sé a compromettere la capacità di intendere e di volere del soggetto che commette un reato, se non dà luogo a manifestazioni cliniche connotate da un anormale funzionamento della capacità di ideazione che si risolve in un pensiero disorganizzato.”

Nell’ambito del procedimento, celebratosi nelle forme del giudizio abbreviato condizionato ad un esame peritale sulla capacità di intendere e di volere al momento del fatto da parte dell’imputato, il perito ha riconosciuto il principio traslato poi nella motivazione della sentenza che si menziona.

Il Giudice Termitano ha aggiunto che “Nel caso di specie le modalità di realizzazione del fatto reato, essendo caratterizzate da linearità, modalità congrue e comprensibili, finalizzate in vista di uno scopo preciso, escludono che il fatto sia stato commesso un una condizione di disorganizzazione del pensiero ed escludono, pertanto, l’incidenza della predetta patologia sulla capacità di intendere e di volere del soggetto al momento della commissione del reato.”

Il fenomeno della “ludopatia” ha assunto ormai una diffusione notevole in tutti i contesti sociali ed è tale da essere considerato dalle strutture mediche pubbliche alla stessa stregua della dipendenza “cronica” dall’alcol o dalle sostanze stupefacenti (c.d. dipendenze comportamentali). Il tema che si è affrontato attiene al caso in cui la patologia sia in forma così grave da determinare una sorta di discontrollo degli impulsi, tale da eliminare (o ridurre) la capacità di intendere o di volere dell’imputato (che determina l’assoluzione o una riduzione della pena).

Il principio delineato dal Tribunale Termitano, su impulso della difesa, attiene al quesito se la certificazione della patologia da parte di una struttura medica pubblica, tale da determinare l’inserimento di un soggetto in un programma di recupero trattamentale, equivalga ad incidere sulla sua capacità di autodeterminarsi consapevolmente nella spasmodica ricerca di denaro da utilizzare nel gioco.

Ad oggi, la risposta dei Giudici di Termini è quella indicata ma non è difficile immaginare che su questa materia numerosi saranno nell’immediato futuro i pronunciamenti dei Giudici di merito e di legittimità.